GREEN DEAL: un’intesa per affrontare la sfida ambientale

Per un’Europa più sostenibile

“FINANZIARE IL GREEN DEAL”

Un’intesa per affrontare la sfida ambientale

Il Green Deal è l’obiettivo intorno al quale si è definita la “dichiarazione congiunta” dei presidenti di Confindustria Carlo Bonomi, di Bundesverbandes der Deutschen Industrie (Bdi) Siegfried Russwurm e del Mouvement des entreprises de France (Medef) Patrick Martin, siglata in occasione del quinto Business Forum Trilaterale delle associazioni degli imprenditori di Italia, Germania e Francia, tenutosi a Berlino il 28 e il 29 settembre.

Nel tracciare le linee strategiche per la valorizzazione della sovranità e della competitività europea ‒ a raffronto con le potenzialità messe in atto da Cina e Stati Uniti ‒, i firmatari hanno posto l’accento sulla necessità di affrontare, in una logica comunitaria, le problematiche ambientali, riconoscendo l’urgenza di promuovere investimenti a favore della neutralità climatica, quale fattore determinante per costruire l’economia del futuro: un’economia concorrenziale e a basse emissioni di carbonio, secondo gli obiettivi fissati dal Green Deal.

Le sfide del Green Deal

Come riconosciuto nella “dichiarazione”, il “Patto verde” europeo richiede uno sforzo che è, in prima battuta, di natura finanziaria, prevedendo il dispiego di una «una quantità enorme di risorse». «Gli approcci politici previsti dal piano industriale Green Deal, dalla Legge sull’industria a zero emissioni, da REPower EU, dalla Legge sulle materie prime critiche e da numerosi altri provvedimenti devono essere accompagnati e sostenuti da adeguate risorse finanziarie» (fonte Confindustria).

Da qui, l’intento di sostenere una corretta politica di investimenti, da attuare anche attraverso una «revisione del quadro finanziario a medio termine», concordando «finanziamenti aggiuntivi per gli investimenti strategici», ed evitando «tagli ai programmi esistenti».

Un impegno orientato a ottimizzare i diversi punti di forza, armonizzandoli in un piano comunitario in grado di tradurre le singole competenze in un programma di produzione di fonti energetiche a basse emissioni di CO2 (energia nucleare, energie rinnovabili, gas a basse emissioni di carbonio e idrogeno).

Gli stessi firmatari parlano di una “riforma” che deve necessariamente passare per la disamina «delle norme sugli aiuti di Stato», da condurre in un’ottica di garanzia della «parità di condizioni tra gli Stati membri» (per evitare la frammentazione del mercato interno), in previsione dell’adozione di «strumenti specifici basati su risorse comuni».

In questa prospettiva acquista un valore aggiunto la proposta di una piattaforma di tecnologie strategiche per l’Europa (STEP), dal momento che interviene a garantire una maggiore flessibilità agli strumenti di finanziamento UE esistenti, assicurando la salvaguardia della parità di condizioni nel mercato unico, anche nella prospettiva della  creazione, nel prossimo Money Market Funds (MMF), di un nuovo e significativo quadro finanziario volto a sostenere la capacità produttiva industriale nei settori strategici.

Per approfondire

IL GREEN DEAL EUROPEO

Una strategia a garanzia del futuro del mondo

Dinanzi alla necessità di programmare interventi, urgenti e coscienziosi, a tutela della salvaguardia della salute del Pianeta, i Paesi dell’Unione Europea si sono impegnati a conseguire, entro il 2050, l’obiettivo della neutralità climatica, rispettando il “piano d’azione” accordato a Parigi nel 2015.

L’intento è quello di garantire politiche comunitarie in grado di assicurare il passaggio verso una società e una economia a impatto zero, confermando la volontà dell’UE di esporsi in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici.

In questa prospettiva, il Green Deal ‒ avviato dalla Commissione nel dicembre 2019 e riconosciuto dal Consiglio europeo nella riunione del 12 dicembre dello stesso anno ‒ diventa la sigla distintiva di un dovere che si fa premura, attraverso la definizione di un “pacchetto” di iniziative strategiche a sostegno della transizione verde. Esso assicura, al contempo, un’economia moderna e competitiva, prospettando nuovi modelli di business e di mercato, oltre a nuove opportunità di lavoro e di sviluppo tecnologico.

Il valore aggiunto del Green Deal

Punto di forza è la presa di coscienza della necessità di adottare un approccio “olistico e intersettoriale”, al fine di convogliare le forze in campo verso il comune sforzo climatico.

Da qui la proposta di ratificare l’obiettivo su di un piano legislativo, secondo quanto fissato dal pacchetto “Pronti per il 55%”, mirato alla revisione e all’aggiornamento della normativa europea, al fine di:

  • garantire una transizione giusta e socialmente equa;
  • mantenere e rafforzare l’innovazione e la competitività dell’industria dell’UE assicurando nel contempo parità di condizioni rispetto agli operatori economici dei paesi terzi;
  • sostenere la posizione leader dell’UE nella lotta globale contro i cambiamenti climatici.

Il proposito è, nello specifico, quello di ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra nell’UE di almeno il 55% entro il 2030.

Una scadenza, questa, fissata anche in riferimento all’adozione di una strategia finalizzata al recupero della biodiversità in Europa, con benefici alle persone, al clima e al pianeta.

Ulteriori strategie riguardano:

l’adattamento ai cambiamenti climatici, in risposta al rischio di eventi metereologici estremi;

la crescita innovativa e sostenibile dell’industria;

il passaggio a sistemi circolari di produzione e consumo.

La sostenibilità passa anche dalla finanza

La consapevolezza dell’importanza e, insieme, della complessità del raggiungimento degli obiettivi previsti, passa anche per il coinvolgimento del settore finanziario, secondo quanto stabilito dal regolamento che, il 7 giugno 2021, ha istituito il “Fondo per una transizione giusta”, a sostegno di iniziative in materia di finanza sostenibile, già considerate dagli accordi del 2015.

Lo scorso 13 giugno la Commissione Europea ha presentato un nuovo pacchetto di misure a rinforzo dell’impianto normativo della finanza sostenibile, per agevolare le imprese impegnate in uno sforzo di innovazione attuato nel rispetto dei criteri ambientali, come anche di quelli etici e sociali, con un’azione di riforma del Rating Provider ESG.

Le misure, come precisato dalla nota della Commissione, intervengono a garantire una finanza sostenibile più «facile da usare», fissando così un contributo decisivo al raggiungimento degli obiettivi del Green Deal.

Intanto l’Italia non resta a guardare

APPROVATA LA STRATEGIA NAZIONALE PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

Attivata una nuova strategia “green deal ” per lo sviluppo sostenibile

Il Cite (Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica) ha recentemente approvato la revisione della “Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile». Un documento rivolto a conformare gli obiettivi fissati dall’Onu nell’Agenda 2030 alle specificità della situazione italiana.

«Non un libro delle buone intenzioni ma un quadro d’azione per la sostenibilità ambientale, economica e sociale» (fonte Mise).

Il giudizio espresso in positivo dal ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, interviene a sottolineare la valenza della nuova azione strategica promossa dall’Italia, caratterizzata da un approccio concreto e partecipativo, finalizzato alla creazione di un modello italiano per la sostenibilità, in linea con il Green Deal europeo.

A tale fine, la proposta strategica mira a creare un framework d’azione ben delineato e sinergico. Nella consapevolezza che le grandi questioni climatiche non impattano esclusivamente sull’ambiente, ma hanno conseguenze determinanti sull’andamento economico di un Paese, come anche sul suo profilo sociale, condizionandone l’esasperante disparità.

Approvata in prima battuta nel 2017, la “Strategia” è stata oggetto di una revisione che, nel 2022, ha visto coinvolti i ministeri competenti, la Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome, gli enti territoriali, la società civile e gli attori non statali riuniti nel “Forum nazionale per lo Sviluppo Sostenibile” (FNSvS).

Ora, con il parere favorevole del Cite, si apre un nuovo importante capitolo della sostenibilità in Italia. È tanto più significativo dal momento che riconduce la possibilità di concretizzare i 17 punti dell’Agenda 2030 alla centralità assegnata alle “cinque P”:

  • persone,
  • pianeta,
  • prosperità,
  • pace,
  • partnership.

Cinque punti chiave che determinano 15 scelte strategiche che coprono diversi settori, dalla gestione responsabile delle risorse naturali al contrasto delle diseguaglianze sociali.

Gli elementi della strategia

Elemento centrale della “Strategia” è l’introduzione del concetto di “valori obiettivo”, per una misurabilità delle operazioni previste, a vantaggio della definizione di un nucleo di riferimento per tutte le amministrazioni. Una scelta pragmatica che si attua nel monitoraggio annuale degli obiettivi, attuato dalle pubbliche amministrazioni e dalle organizzazioni territoriali, applicando 55 indicatori principali.

La “Strategia” attribuisce inoltre un ruolo fondamentale ai “Vettori di sostenibilità”. Ad essi è assegnato il compito di agevolare la coerenza delle politiche per lo sviluppo sostenibile (PCSD). E, inoltre, di contribuire alla definizione di una governance multilivello, fornendo meccanismi di attuazione e di collaborazione trasversali. Nello specifico, i “vettori” intervengono a promuovere iniziative a vantaggio dell’educazione, della formazione e della comunicazione: fattori determinanti per la creazione di condizioni di sviluppo sostenibile. In questa prospettiva acquistano un ruolo determinante anche il partenariato e la partecipazione attiva, al fine di garantire un percorso di sviluppo ben strutturato e inclusivo.

Come riportato nella nota ministeriale, il documento strategico, «che vede il coordinamento del MASE per l’aspetto nazionale e del MAECI per quello internazionale, rappresenta un importante passo avanti verso una via italiana alla sostenibilità coerente, integrata, localizzata, partecipata».

 

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